Quest’anno la vetrina di Maggio all’Infanzia ha saputo offrire momenti di grande intensità, creatività e passione scenica. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questa esperienza: la direzione artistica, gli artisti, le compagnie, gli organizzatori (con la sempre attentissima Cecilia!), i tecnici e i sostenitori che, con impegno e dedizione, continuano ad alimentare il valore del teatro come luogo di incontro e di ricerca culturale.
La qualità complessiva degli spettacoli presentati è stata alta, capace di proporre linguaggi differenti e sensibilità artistiche autentiche. Qualche proposta ci ha convinti più di altre (e una, forse, resterà memorabile per ragioni diverse da quelle auspicate), ma proprio questa varietà testimonia il coraggio della direzione artistica di Teresa Ludovico che sceglie di rischiare, sperimentare e dare spazio a visioni differenti. Va quindi riconosciuto e apprezzato il lavoro della selezione (una caduta può capitare), che ha saputo costruire una programmazione viva, stimolante e mai scontata, capace di generare confronto e partecipazione.
La manifestazione si è svolta nei vari teatri della zona, dal Tetro Kismet alla Casa di Pulcinella di Bari, per poi spostarci al bel Teatro Comunale di Ruvo alla Casa degli Artisti e al teatro Don Bosco di Molfetta. E grazie a tutti dell’accoglienza anche in tutti questi spazi.
In questa vetrina una presenza speciale è stata senza dubbio quella del bravissimo Michelangelo Campanale che, come suggerisce poeticamente il suo stesso nome, ha saputo dipingere con luci, sensibilità e raffinata visione scenica diversi spettacoli presentati.
Il suo contributo artistico ha attraversato la rassegna con discrezione ed eleganza, lasciando un segno riconoscibile nella costruzione delle atmosfere e nella cura dello sguardo teatrale
Ma cominciamo, come sempre, in ordine di giornata, raccontando di molti spettacoli alcuni dei quali hanno rilevanza particolare, specificando che la mia recensione manca degli ultimi quattro spettacoli ai quali non ho potuto assistere.
Teatro Koreja con CIELO.
Uno spettacolo delicato, poetico e visivamente sorprendente, capace di parlare contemporaneamente ai bambini e agli adulti con rara sensibilità. In scena c’è un attore-disegnatore, Enrico Castellani, che, attraverso il ricordo, torna ai giorni della scuola, alla figura della sua amata maestra, la brava Valeria Raimondi, e a quel bisogno sconfinato di conoscere il cielo, le stelle e tutto ciò che sembra irraggiungibile.
L’elemento più affascinante della messa in scena è il dialogo continuo tra teatro e disegno: l’attore crea immagini dal vivo sul suo tablet e, quasi per magia, queste appaiono sulla grande tela bianca che domina il palco. I disegni diventano paesaggi, pianeti, traiettorie, sogni. È come assistere alla nascita dell’immaginazione davanti ai propri occhi.
Da bambino il protagonista si era costruito un razzo artigianale per inseguire il mistero dell’universo. Con quel razzo compie un viaggio fantastico attraverso lune, costellazioni, comete, pianeti lontani e buchi neri che lo risucchiano per poi restituirlo alla luce: immagini potenti che diventano metafora delle cadute, delle paure, delle crisi e delle rinascite che ciascuno attraversa nella vita. Il viaggio cosmico coincide così con un viaggio interiore, fatto di crescita, smarrimento e scoperta.
Particolarmente toccante è il momento in cui il protagonista ritrova la sua speciale maestra “coi capelli con la coda bianca”, ormai “in cielo”: una presenza lieve, piena di affetto e memoria, che trasforma lo spettacolo anche in un omaggio all’infanzia e a quelle figure che, con pazienza e cura, ci insegnano a guardare il mondo con curiosità.
La forza dello spettacolo sta proprio nella sua capacità di mantenere uno sguardo semplice senza essere mai banale. I più piccoli restano incantati dalle animazioni, dalla fantasia del viaggio spaziale e dalla componente visiva; gli adulti, invece, vi leggono qualcosa di più profondo e personale, ritrovando forse il bambino che erano, le domande che si facevano e quel desiderio di infinito che spesso il tempo tende a nascondere.
Uno spettacolo emozionante e intelligente, che unisce teatro, illustrazione e immaginazione in un’esperienza capace di lasciare negli occhi meraviglia e nel cuore una dolce nostalgia.

Compagnia del Sole con MODESTIA A PARTE
“Lezione-spettacolo per un pubblico curioso sull’arte della commedia italiana”: il sottotitolo descrive perfettamente questo lavoro, ma forse non basta a restituirne fino in fondo la ricchezza. In scena c’è l’impareggiabile Flavio Albanese, autore e interprete di un testo colto, appassionato e travolgente, che conquista soprattutto chi il teatro lo ama profondamente o lo vive dall’interno, con tutte le difficoltà e la meraviglia che questo mestiere comporta.
Fin dai primi minuti si resta affascinati dalla sua straordinaria capacità affabulatoria: Albanese tiene il palco con naturalezza, ironia e intelligenza, alternando racconto, interpretazione e riflessione con il ritmo di chi conosce profondamente la materia e sa trasmetterne il fascino. Personalmente, il piacere di osservare il suo talento scenico è stato continuo e autentico; anzi, viene quasi voglia di rivedere più volte lo spettacolo per cogliere ogni riferimento, ogni passaggio storico, ogni citazione disseminata lungo il percorso.
Lo spettacolo attraversa infatti la storia del teatro italiano, e insieme quella dell’attore, dal Seicento fino ai giorni nostri, saltando tra epoche, linguaggi, maschere, tradizioni e rivoluzioni artistiche. Un viaggio densissimo che si arricchisce di immagini cinematografiche, materiali d’archivio e omaggi ai grandi interpreti della nostra scena teatrale, creando un dialogo continuo tra memoria, cultura e contemporaneità.
È una vera immersione nell’arte della recitazione italiana, raccontata con passione contagiosa e con il desiderio evidente di condividere conoscenza e amore per il teatro. Proprio per la quantità e la qualità degli spunti proposti, però, viene spontaneo pensare che lo spettacolo potrebbe forse risultare più efficace se articolato in più capitoli o appuntamenti distinti, magari seguendo un ordine storico più lineare. Una struttura del genere permetterebbe al pubblico, soprattutto ai più giovani, abituati oggi a tempi di attenzione molto diversi, di assimilare meglio la straordinaria mole di contenuti senza perdere nulla della ricchezza del racconto.
Ma questo non toglie valore all’esperienza. La sensazione finale è quella di aver assistito a qualcosa di raro: uno spettacolo intelligente, generoso e profondamente teatrale.

Piccolo Teatro Patafisico IO TI VEDO
“Io ti vedo” è uno spettacolo che invita a guardare l’altro con curiosità, stupore e apertura, partendo da una domanda semplice ma profondissima: cosa proveremmo se dovessimo mettere piede su un altro pianeta? Ci sentiremmo spaesati? Avremmo paura di ciò che non conosciamo, del diverso, di ciò che potremmo non capire o che forse potrebbe non piacerci?
È proprio quello che accade ad Agnese, protagonista di questo viaggio delicato e coinvolgente. Arrivata sulla Terra come un’esploratrice venuta da altrove, osserva il nostro mondo con occhi nuovi e cerca di comprenderlo affidandosi alle sue guide, che l’accompagnano nella scoperta di emozioni, relazioni, abitudini e fragilità umane. Il titolo, “Io ti vedo”, racchiude il cuore dello spettacolo: vedere davvero qualcuno significa riconoscerlo, accoglierlo, provare a comprenderlo senza giudicarlo.
Attraverso immagini, espedienti scenici (e qui va fatto un plauso speciale alla scenografia, con quegli enormi palloni sospesi che cambiavano colori, immagini, effetti vari) e momenti immersivi, il pubblico viene coinvolto direttamente nel percorso di Agnese, condividendone dubbi, stupori e piccole conquiste. I bambini seguono con naturale partecipazione il viaggio fantastico della protagonista, mentre gli adulti colgono il significato più profondo della storia: la difficoltà, ma anche la necessità, di entrare in relazione con ciò che ci appare diverso da noi.

La luna nel letto con PER CHI SUONA LA CAMPANELLA
Un’aula scolastica. Gli allievi, irrequieti, vivaci, forse persino “problematici”. Ma viene naturale domandarsi quanto di quella inquietudine nasca davvero da loro e quanto, invece, da un linguaggio educativo che troppo spesso si fa ripetitivo, rigido, incapace di accendere curiosità.
È proprio nell’assenza della maestra che lo spazio si trasforma: i banchi diventano possibilità, il movimento prende il posto dell’ordine imposto e l’aula si apre al gioco, alla danza, al divertimento, alla fantasia. Ne nasce uno spettacolo di teatro-danza e teatro fisico costruito attraverso immagini, corpi e acrobazie che evocano con forza il potere inesauribile dell’immaginazione.
E allora la domanda emerge spontanea, semplice e profondamente politica: e se la scuola fosse anche questo? Un luogo dove creatività, libertà espressiva e stupore possano convivere con l’apprendimento. Davvero divertenti e bravi i danzatori della Compagnia Elena D.
La regia, le scene e le luci di Michelangelo Campanale accompagnano con sensibilità questo universo sospeso tra infanzia e sogno, costruendo uno spazio scenico dinamico e poetico, capace di parlare tanto ai più piccoli quanto agli adulti.

Giallomare minimal teatro con LA BAMBOLA E LA BAMBINA
Michelangelo Campanale firma ancora una volta testo, regia, scene e luci per raccontare la storia della piccola Vassilissa che, grazie alla bambolina magica donatale dalla madre morente, affronta il viaggio verso la casa della temibile Baba Jaga. La strega, di cui tutti hanno paura, finirà invece per riconoscere il coraggio e la purezza della bambina, aiutandola nel suo cammino.
Lo spettacolo colpisce soprattutto per una scenografia di grande impatto visivo, suggestiva e immersiva, che meriterebbe di essere valorizzata ancora di più durante la messinscena. Convincenti anche le interpretazioni delle due attrici: Roberta Carrieri, narratrice e bravissima cantante, accompagna il racconto con sensibilità e forza evocativa, mentre Vania Pucci offre una Baba Jaga perfetta, magnetica e inquieta al punto giusto, resa ancora più memorabile dai suoi capelli color fiamma. Essendo un debutto, lo spettacolo ha ancora margini di crescita e potrà certamente affinare alcuni passaggi narrativi. In particolare, la trasformazione di Baba Jaga appare forse troppo rapida: da creatura terribile e temuta diventa improvvisamente benevola, senza che questo cambiamento trovi un adeguato sviluppo scenico. Anche la furbizia e il coraggio di Vassilissa meriterebbero di essere delineati con maggiore profondità, così da rendere ancora più incisivo il percorso di crescita della protagonista e il significato del suo incontro con la strega. In ogni modo spettacolo convincente.

IC Madonna assunta di Napoli con I CAPITOLI DEL FUOCO
Qui entriamo in un ambito particolare e prezioso: lo spettacolo è stato realizzato dalle classi 4A, 4B, 4C e 4D di una scuola primaria di Napoli, dove da anni operatori teatrali, insieme a docenti e dirigenti scolastici particolarmente sensibili, portano avanti un serio lavoro di educazione al teatro. Gli studenti assistono a spettacoli professionali e partecipano a laboratori che, a giudicare dai risultati, dimostrano tutta la loro efficacia formativa ed espressiva.
Il progetto “Teatro Scuola Vedere Fare”, ideato da Morena Pauro delle Le Nuvole, ha accompagnato insegnanti e alunni al Maggio all’Infanzia per alcuni giorni di lavoro e condivisione. Resta quasi sorprendente capire come sia stato possibile coordinare un’iniziativa tanto complessa: oggi è sempre più difficile coinvolgere le scuole in attività extracurricolari e organizzare la partecipazione di gruppi così numerosi. Viene da pensare che Morena Pauro potrebbe davvero spiegare a molte scuole italiane quali siano i passaggi necessari per rendere possibile un’esperienza educativa e artistica tanto straordinaria.
Lo spettacolo è apparso giusto e coerente con l’età dei partecipanti: tutti gli studenti, alternandosi sulla scena rigorosamente in maglietta e leggings neri, hanno raccontato il simbolo e la forza del fuoco, elemento che accompagna da sempre la storia dell’umanità. Un fuoco che scalda e illumina, ma che può anche trasformarsi in guerra, violenza e distruzione.
“Chi siamo? Dove stiamo andando?” sembrano chiedersi i ragazzi in scena. E forse il teatro può davvero diventare uno strumento di salvezza e consapevolezza, capace di mostrare una luce anche oltre il sipario.

Teatri di Bari con NELLA CASA DI ASTERIONE
CREST con NINÌ E LA BALENA
Anche in questo spettacolo torna la magia visiva di Michelangelo Campanale, autore di scene e luci capaci di creare un universo sospeso tra memoria, mare e leggenda, accompagnato dalla regia e dalla drammaturgia di Antonella Ruggiero.
La vicenda affonda le sue radici nella storia del territorio pugliese quando, nel 1887, nel porto di Taranto comparve una balena. A scorgerla per primo fu Nìnì, un piccolo pescatore che, ormai anziano, affida a un bambino il peso di un ricordo mai superato: la paura verso quell’animale sconosciuto che spinse gli abitanti ad attaccarlo con fiocine e dinamite, fino a ucciderlo. I suoi resti sono oggi conservati al museo zoologico di Napoli.
Ma nello spettacolo è la balena stessa a prendere voce. Attraverso il suo sguardo, il suo immenso occhio rivolto agli uomini, emergono paure, ignoranza, avidità e incapacità di accogliere ciò che non si conosce.
Teatro d’ombre, teatro di figura e teatro d’attore si intrecciano con grande intensità poetica dando vita a una narrazione che parla ai bambini ma interroga profondamente anche gli adulti. Ne nasce un racconto delicato e potente sul rapporto con il diverso, su ciò che ci spaventa proprio perché non riusciamo a comprenderlo.

Senza Piume Teatro con CON PAROLE DI MADRE
Un’operazione teatrale e umana di grande interesse quella portata avanti dalla compagnia: non solo è stato creato un laboratorio teatrale all’interno del carcere femminile di Trani, ma si è riusciti anche a far entrare dei bambini per assistere allo spettacolo realizzato
dalle donne detenute, in questo caso madri.
Abbiamo potuto vedere alcuni passaggi del docu-film che racconta l’esperienza, mentre in sala erano presenti anche alcune detenute, autorizzate a uscire per qualche ora. Una presenza intensa, concreta, che ha dato ulteriore valore all’incontro.
Perché scegliere di realizzare uno spettacolo destinato ai bambini? Perché proprio le madri detenute, insieme agli operatori teatrali, hanno scritto una storia che parlasse di loro: quella di un bambino che vede crescere tutti i compagni mentre lui resta piccolo, fragile come un topolino. Una metafora semplice e dolorosa che pone una domanda inevitabile: come si può crescere senza la presenza costante di una madre? Possono bastare le telefonate a colmare un’assenza così profonda?
Del lavoro scenico abbiamo visto soltanto alcune sequenze, ma ciò che ha colpito maggiormente è stato l’incontro con queste “madri speciali”, capaci di raccontare con sincerità la loro esperienza nel teatro e nella vita. Tutte hanno invitato i bambini presenti a studiare, a costruirsi un futuro dignitoso e nella legalità. Ognuna mostrava il proprio carattere: per lo più donne timide, insicure, quasi trattenute dall’emozione. Tranne una, travolgente e incontenibile, un autentico fiume in piena nel raccontare il valore della libertà e dell’onestà, con l’energia di un capo branco deciso a salvare i propri cuccioli.
La sensazione è che l’esperienza del teatro e l’incontro con i piccoli spettatori abbiano rappresentato per loro qualcosa di profondamente importante. E lo è stato anche per noi che assistevamo. Va riconosciuto dunque il merito degli operatori teatrali che, con garbo, intelligenza e sensibilità, hanno saputo trasformare il teatro in uno spazio autentico di ascolto, dignità e speranza.

Principio Attivo con DAÙLA AL DI LÀ DEL MARE
“Al di là del mare” è uno spettacolo che invita i bambini a un viaggio sensoriale e immaginario attraverso il mare e i suoi misteri. Cosa c’è oltre l’orizzonte? Perché la barca galleggia mentre il sasso affonda? Sono domande semplici e profonde che lo spettacolo prova ad affrontare con delicatezza e poesia.
In scena, due cantanti-attrici intrecciano canti arabi, filastrocche e suoni, creando atmosfere evocative e coinvolgenti. Il tentativo è quello di costruire un ponte tra culture diverse perché, come ricorda la presentazione, “siamo tutti sulla stessa barca”.
Brave e convincenti le interpreti, capaci di accompagnare il pubblico in un’esperienza fatta di musica, immaginazione e condivisione.

Bottega degli Apocrifi con NIDO
Uno spettacolo delicato e visionario che accompagna il pubblico dentro il mondo sospeso dell’infanzia e della scoperta. Bio vive nella sua stanza come in un rifugio segreto, uno spazio intimo da cui osserva e immagina il cielo. Ma una notte, mentre dorme (o forse sogna) la sua quiete viene interrotta dall’arrivo di Azzurra, giovane viaggiatrice e danzatrice alla ricerca di qualcosa che ha smarrito.
Da questo incontro nasce un viaggio poetico condiviso, fatto di stupore, paure, giochi e piccole rivelazioni. I due personaggi attraversano emozioni e immagini che parlano della crescita, del desiderio di conoscere il mondo e, insieme, del bisogno profondo di ritrovare il proprio nido.
Lo spettacolo costruisce un racconto simbolico e universale, affidandosi al linguaggio del corpo, della danza e della fantasia. Peccato che sia risultato a volte noioso: manca la vivacità di interpretazione e una maggior chiarezza nel raccontare. E poi adulto che fa il bambino anche no.
Si cresce per poi tornare, desiderandolo, al proprio nido? E questa è nostalgia, non infantilismo. Ed è probabilmente questa la direzione che dovrebbe prendere il progetto.

Casa del Contemporaneo con CRICK
In questo spettacolo colpisce anzitutto la prova attoriale di Luca Iervolino, capace di restituire con rara naturalezza le molteplici sfumature di un personaggio complesso e dolorosamente umano. Charlie, inizialmente segnato da un deficit cognitivo, attraversa, in seguito a esperimenti condotti su un topo da laboratorio, una straordinaria metamorfosi intellettuale che lo conduce a una temporanea genialità. Ma è proprio nella precarietà di questa ascesa che lo spettacolo trova la sua dimensione più intensa e tragica, riportando il protagonista a confrontarsi con la propria fragilità originaria.
Misurate ed efficaci anche le brevi apparizioni di Francesco Roccasecca nel ruolo del medico, interpretato con sobrietà e precisione. La regia di Rosario Sparno si distingue per intelligenza compositiva e sensibilità narrativa, accompagnando il racconto con equilibrio e senza mai indulgere nel facile patetismo.
Uno spettacolo che restituisce pienamente il senso più autentico del teatro d’attore.

Factory Compagnia Transadriatica con I RACCONTI DEL MERLO
Debutto nazionale per uno spettacolo di rara suggestione, affidato all’intensa interpretazione di Francesco Stefanizzi che, avvolto nei panni di un corvo, conduce il pubblico dentro l’universo poetico di Oscar Wilde attraverso due delle sue fiabe più celebri, Il Principe felice e Il Gigante egoista.
Pur nella sua giovane età, Stefanizzi rivela una presenza scenica sorprendente: grinta, sensibilità e misura si fondono in un’interpretazione capace di coinvolgere profondamente lo spettatore. I suoi grandi occhi neri sembrano raccontare quanto le parole stesse, accompagnando il pubblico, passo dopo passo, dentro ogni immagine e ogni emozione della narrazione.
Uno spettacolo di delicata intensità, che conferma quanto il teatro possa ancora vivere della sola forza evocativa di un interprete autentico.
Francesco, le tue ali hanno un colore bellissimo!
Dimore creative con TECNICHE DI LAVORO DI GRUPPO. Appunti per uno schiuma party
Il titolo dello spettacolo nasce dall’escamotage escogitato dall’attore e autore per poter continuare a lavorare nelle scuole senza pronunciare la parola “teatro”, termine che, racconta con pungente ironia, rischia ormai di suscitare l’irritabilità di quei genitori convinti della sua totale inutilità.
Da qui prendono vita le esilaranti avventure di Pietro Cerchiello (è il vero nome dell’attore), alle prese con studenti, dirigenti, autorità e con tutte le contraddizioni del mondo scolastico contemporaneo. Attraverso un racconto vivace e autentico, lo spettacolo alterna comicità e riflessione, leggerezza e critica sociale, senza mai perdere ritmo né misura.
Cerchiello conquista il pubblico con intelligenza scenica, ironia e una naturale capacità affabulatoria, dando forma a uno spettacolo vero, spiritoso e sorprendentemente attuale, capace di far sorridere mentre invita a riflettere sul valore profondo del teatro e della cultura.

IAC Teatro con EH – OH! IN MARCIA PER LA PACE
Uno spettacolo che ho avuto modo di vedere in più occasioni e che, ovunque sia stato rappresentato, aveva saputo scaldare animi e cuori. Non ero presente alla replica di maggio e ho appreso con dispiacere che non abbia avuto l’accoglienza che meritava. Talvolta accade che anche uno spettacolo bello e sincero finisca per consumarsi dentro situazioni emotive diverse. L’alchimia del teatro è anche questo. Peccato.
Eppure il lavoro conserva una delicatezza rara nel toccare temi profondi e dolorosi come la guerra, la paura e la speranza. Lo fa senza retorica, affidandosi invece alla sensibilità della narrazione e alla capacità degli interpreti di restituire emozioni autentiche senza usare parole. Uno spettacolo che meriterebbe di continuare il suo cammino e di incontrare pubblici pronti ad accoglierne il messaggio umano e universale.

Ullallà Teatro con PINOCCHIO
Chi è abituato a leggere le mie recensioni, sempre sincere e mai preconcette, forse si stupirà nel vedere quanto questa edizione del Maggio all’Infanzia sia riuscita, nel complesso, a convincermi. Alcuni spettacoli più di altri, certo, ma tutti comunque animati da dignità artistica e da un’idea riconoscibile di teatro.
A spezzare brutalmente questo equilibrio arriva però lo spettacolo che volutamente lascio per ultimo, fuori da ogni ordine cronologico, tanto forte è la distanza che lo separa dal resto della programmazione. E, davvero, qui le parole diplomatiche non servono. Probabilmente il video era stato girato così bene da ingannare che lo ha guardato.
Ma dal vivo ci si trova davanti a qualcosa di sconcertante, uno spettacolo che rasenta il disastro. Non per il personaggio di Pinocchio, interpretato da Nicolò in modo credibile, con attenzione, con garbo e con sensibilità (e a lui va tutto il plauso), ma per tutto ciò che lo circonda: una scrittura scenica confusa e inutile, una regia inesistente e soprattutto la presenza continua e disturbante di un regista/attore che invade la scena con movenze grottesche e un protagonismo tanto ingombrante quanto privo di qualsiasi misura artistica.
Manca completamente una visione teatrale, manca il ritmo, manca il gusto. L’impressione è quella di assistere a qualcosa di disordinato e incredibilmente autoreferenziale. E non stupisce che, all’uscita, molti spettatori commentassero increduli come uno spettacolo simile non fosse degno neppure della più fragile amatorialità.
Eppure la bella scelta di collaborare con un’associazione Dindondown Teatro poteva essere un segnale di grande sensibilità se inserita, però, in uno spettacolo più degno, come Pinocchio – Nicolò avrebbe meritato.
Peccato, perché il teatro, quello vero, è un’altra cosa. È rigore, misura, immaginazione, arte, ascolto del pubblico. Non rumore, cattivo gusto e sterile esibizionismo.
Renata Rebeschini

