INTERVISTA A PAOLO CAPODACQUA

a cura di Silvia Bastianello

Paolo Capodacqua, cantautore, musicista, storico compagno di strada di Claudio Lolli, autore di musiche per il teatro e canzoni per bambini, è uno dei migliori rappresentanti della canzone d’autore italiana. 

S (Silvia) Fai spesso concerti in memoria di Claudio Lolli (mancato nel 2018, ndr) con artisti che l’hanno conosciuto e condividono la stessa visione del mondo. A lui hai dedicato il tuo ultimo album “Ferite&feritoie”: cosa porti di lui dentro di te?

P (Paolo) Dal punto di vista artistico penso di avere presente la sua lezione di scrittura compositiva; Claudio era un vero maestro delle parole. Mi porto dentro anche una grande assenza: dopo 25 anni di vita musicale insieme, spesso mi capita di pensare <cosa direbbe Claudio> e inconsciamente interpretare la realtà simulando la sua visione del mondo, che era lucida e intelligentissima. Lui era una specie di fratello maggiore e spesso mi aiutava a delineare ciò che accadeva con uno sguardo più lucido del mio. E poi ci sono le nostre famiglie, che oggi sono sostanzialmente una sola: stiamo spesso insieme e questo è ciò che di bello è rimasto, la continuità dei rapporti anche tra i nostri figli.

S. Nel 2026 c’è la ricorrenza del cinquantesimo anno dall’uscita di “Ho visto anche degli zingari felici”, album storico di Claudio Lolli, divenuto il manifesto di un’epoca ricca di valori e ideali anche utopistici. Tu, insieme agli altri musicisti che erano presenti 50 anni fa, state portando in giro alcuni concerti per commemorare l’evento.

P. Tutto ciò è stato organizzato dal musicista Danilo Tomasetta, sassofonista di quel disco, che è riuscito a riunire tutti i musicisti storici: Adriano Pedini alla batteria, Roberto Costa al basso, Roberto Soldati alla chitarra e Mirco Menna nella parte del cantato e della chitarra di Claudio. Io in realtà sono un ospite poiché non facevo parte di quel gruppo originario, ero troppo giovane, così come non ne faceva parte Mirco Menna. Nella prima parte loro eseguono la suite completa dell’album, con tutti i passaggi originali; nella seconda parte mi è stato chiesto di intervenire perché negli ultimi 25 anni di Claudio, dicono, ho rappresentato una parte importante nella sua vita musicale e personale. 

S. <Ferite&feritoie> è il tuo ultimo album: in quale aspetto si diversifica dai precedenti? A cosa alludi con le parole del titolo?

P. Avevo fatto il mio unico disco di canzone d’autore nell’87, un LP che si chiamava <Memorabilia>. Negli anni successivi, oltre alla collaborazione con i dischi di Claudio, ho ideato una serie di dischi per ragazzi, a cui sto lavorando anche ora all’interno del progetto di una canzone d’autore per bambini. <Ferite&feritoie> ruota attorno a una serie di personaggi e temi anche drammatici, da Che Guevara a Giovanni Falcone all’Olocausto. Ho voluto guardare il mondo attraverso le ferite che, con uno sguardo prospettico, possono anche coincidere con le feritoie stesse; è un tentativo di delineare un limite ottico attraverso il quale guardare dentro se stessi ma anche in prospettiva”.

 

S. Da dove nascono le tue ispirazioni e come è nato “Il mare di Milano”?

 P. Molto spesso mi ispirano letture di libri, come in questo caso. <Il mare di Milano> è nata perché mi avevano commissionato l’accompagnamento alla lettura del libro di Ugo Riccarelli, <Il dolore perfetto>. Questa è la storia drammatica di un padre di Sarno (provincia di Salerno) che vede il figlio diplomarsi maestro e trasferirsi al nord nel periodo dei famosi moti rivoluzionari, durante la dura repressione di Beccaris. Questo padre, preoccupatissimo, immagina che il figlio farà una brutta fine e dice alla moglie di immaginare il mare di Milano <quando nostro figlio sarà trafitto perché questa è la fine di chi vuole cambiare il mondo, mettere I cafoni al posto dei padroni>. Per un pescatore di Sarno immaginare una città che non abbia il mare è drammatico, ed è lì che avviene la tragedia. 

Cosa rappresenta per te la bellezza?

P. Il termine, rispetto all’origine, si è molto allargato a livello semantico; io lo uso nelle situazioni in cui percepisco una sorta di meraviglia assoluta nelle cose che accadono, nei libri, nelle persone, nelle situazioni.

S. C’è un tuo brano dal titolo <Gianni Rivera> in cui narri di lui che aveva la prerogativa di <insegnare al mondo la bellezza>: in questo contesto a cosa ti riferisci? 

P. Il brano, come il video, è ambientato negli anni Sessanta e la bellezza è riferita a un preciso gesto di Rivera: lui usava nel calcio una modalità che, stranamente, si collega alla mia maniera di suonare. Pasolini definiva Rivera un prosatore, per me invece era più un poeta. Il suo modo di attendere, di fermare la scena, di mettere tutto fuori sincrono, come se dicesse <adesso vi faccio vedere che la palla la mando dove dico io e disegno una geometria che è fantastica, non matematica>, era forse la chiave di lettura per interpretare il mio modo di trattare le corde. Ecco, quel suo dare importanza alle attese, ai ritardi e poi di stilettare la palla, era simile a quell’attimo infinitesimale che prelude al suono che ha un corpo tutto suo, un registro preciso. Questo è ciò che vedevo io nel suo modo di fermare il tempo e di creare una tensione elegante nel gioco. Rivera mi ha insegnato molto. 

Quel calcio, che era quello che seguivo da ragazzino, non aveva nulla a che vedere con gli schemi del calciomercato affermatisi in seguito, di cui tuttora non mi importa nulla, ed io da bambino percepivo quello come bellezza.

S. C’è una forte discrepanza tra il mondo di allora narrato nel video che, nonostante l’ambientazione negli anni del dopoguerra, sembra fiabesco, e quello di oggi. 

P. Non a caso al termine della narrazione ho inserito la voce di Nereo Rocco (allenatore, ndr), anche lui rappresentante di un’umanità sanguigna, autentica; lui faceva le formazioni e discuteva di calcio con Gianni Brera (giornalista sportivo, ndr) e partivano fiaschi di vino con naturalezza perché c’era una profonda umanità. Noi bambini degli anni Sessanta siamo cresciuti con quel tipo di calcio. In un’altra scena del video si vede la mamma di Rivera che stira la maglia col ferro da stiro e gliela misura. Quando Oriana Fallaci intervistò Rivera lui disse: <Io dormo ancora nel salotto del tinello di casa perché tiriamo fuori il divano letto, mentre mio fratello dorme nell’altra stanza>. Ecco, in quell’Italia popolare c’era poco ma non volevamo altro.

 

S. Hai detto: <C’è stata la corrente poetica musicale della canzone d’autore che ha fatto da spartiacque: tutto quello che c’è stato prima e che c’è stato dopo è un’altra cosa>. Oggi si può dire che la canzone d’autore ci sia ancora? 

P. Io cerco di individuare negli autori quel tipo di bellezza e di canzone sulla quale noi siamo cresciuti, come De Andrè, De Gregori, Guccini, Fossati, oltre a Claudio che era un maestro della parola – che però io non potrei giudicare se no sembro di parte – che sapeva manipolare i testi e le parole nella maniera migliore. Lo afferma anche Guccini che ha detto <ce n’era uno più bravo di me ed era Claudio>. Per quanto riguarda la canzone d’autore, io sono rimasto fregato dall’importanza che le ho dato; tutta la mia vita è stata condizionata dalla ricerca, nella canzone, della bellezza assoluta, e tutto ciò che va fuori da questa dimensione per me è banale.

Oggi ci sono delle interconnessioni forti tra la cosiddetta canzone d’autore e la <nuova canzone d’autore>; c’è tutto un mondo che gira intorno a questa cosa, fatto di figure collaterali che non sono artisti ma esperti che dicono, fanno, pontificano e decidono qual è il capolavoro; ciò influenza sia la platea degli ascoltatori che tutta una serie di cose alle quali la canzone d’autore dovrebbe essere estranea ma, purtroppo, anche questa terminologia viene usata in maniera strumentale. 

S. Sembra di assistere a un degrado culturale profondo

P. Io penso una cosa e su questo sono molto pessimista; noi viviamo in una specie di bolla e ci confrontiamo tra persone che bene o male si capiscono, sia in famiglia che nelle relazioni amicali. Spesso si pensa che, anche al di fuori di questa bolla, ci siano equilibrio, ragionevolezza e gli stessi valori, cioè che il mondo fuori in fondo sia tutto come lo viviamo noi e invece no, se giri l’angolo c’è ignoranza profonda, arroganza, violenza, uso della forza. Basta guardare un esempio lampante: a capo della più grande potenza straniera occidentale c’è una persona che non mi sembra avere un grande equilibrio, per usare un eufemismo. Di fronte a persone così cosa possiamo aspettarci? Siamo in un mondo dominato da un atteggiamento da sceriffi: <Io distruggerò il popolo, io distruggerò una civiltà>. E non illudiamoci, purtroppo comandano loro e quella realtà ci sopravanzerà in qualche modo.

<Di solito se ne vanno sempre i migliori> sembra un luogo comune ma è così, e quindi sono preoccupato anche per motivi anagrafici, non ci sono più i Lolli, i Gaber. 

S. Hai dedicato la canzone <Gianni Rivera alla mia generazione>; mi viene in mente Giorgio Gaber con il brano <La mia generazione ha perso>. Cosa ne pensi?

P. A volte penso che sia vero e a volte no perché molte cose che oggi fanno parte del nostro sistema democratico vengono da quella generazione, e per fortuna è una generazione che ha lottato. In questo senso, probabilmente, non ha perso. 

S: Da allora la società è molto cambiata: chi sono oggi gli <zingari felici>? 

P. Credo che una piccola eredità da parte di quel movimento sia finita nelle persone che oggi affrontano le cose con impegno e coraggio e che guardo con molta ammirazione. Ad esempio, quelli della Flotilla che si espongono in prima persona, che vengono catturati in maniera piratesca e illegale, anche se questi, più che zingari felici, sono persone coraggiose che vanno oltre. Gli zingari felici sono quelli che vedono la propria felicità non nella propria dimensione personale ma nella prospettiva di un’universalità del messaggio politico. Io spero che quella eredità sia arrivata, voglio illudermi che quella energia sia travasata in quelli che coraggiosamente compiono azioni contro gli orrori del mondo. Penso anche ai centri sociali, e qui c’è una sorta di filo ereditario. A Bologna, per esempio, ce ne sono molti che fanno bellissime cose per gli anziani e per i bambini, anche se spesso rischiano di essere chiusi. Si tratta di un’altra generazione di giovani, più organizzati e strutturati, forse meno spontaneisti di come eravamo noi ma lì, forse, ci sono ancora degli zingari felici.