L’uomo che trovò il Kursaal. Vittorio Fiore, l’impresario dietro la nascita della compagnia dei De Filippo

L’uomo che trovò il Kursaal

Vittorio Fiore, l’impresario dietro la nascita della compagnia dei De Filippo

di Roberta Sandias

«Solo nel tuo e nel mio ricordo, ormai, rimarranno le impronte dei veri valori che determinarono la nascita del “Teatro Umoristico”.»

Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore, 3 gennaio 1964

La memoria e l’utopia hanno in comune più di quanto sembri: entrambe si occupano di ciò che non c’è. L’utopia, alla lettera, è il «non-luogo», ciò che non esiste ancora; la memoria custodisce ciò che non esiste più. Una guarda avanti, l’altra indietro, ma tutte e due rifiutano di accettare il presente come l’unico possibile.

E si alimentano a vicenda. Non si può immaginare un futuro diverso senza sapere che le cose sono state diverse: senza memoria l’utopia è un sogno vuoto, senza utopia la memoria diventa nostalgia. Il teatro è il luogo dove le due si incontrano naturalmente. Ogni spettacolo svanisce quando cala il sipario e sopravvive solo nel ricordo, eppure ogni sera il palcoscenico apre uno spazio utopico, un mondo che esiste per qualche ora e poi non c’è più. Chi fa teatro pratica memoria e utopia insieme, ogni giorno.

Eppure la storia del teatro non è fatta solo da chi sta sotto i riflettori. Accanto ai grandi attori e autori ci sono stati organizzatori, amministratori, impresari che hanno reso possibile il loro lavoro e che poi sono stati dimenticati. Vittorio Fiore è uno di loro. Il suo nome è legato alla nascita della compagnia dei De Filippo, al teatro napoletano dei suoi anni migliori, eppure in rete non se ne trova traccia: nessuna voce, nessuna scheda, nemmeno una riga. Le biografie di Eduardo raccontano che la compagnia dei tre fratelli esordì al Kursaal di Napoli recitando prima della proiezione dei film, ma non dicono chi andò a convincere i gestori di quella sala. Questo articolo prova a ricostruirne la storia attraverso le lettere, i telegrammi, le fotografie e gli articoli conservati dalla famiglia Fiore.

Un giovane napoletano tra giornalismo e arte

Vittorio Fiore nacque a Napoli il primo gennaio 1903, lo stesso anno di Peppino De Filippo. Prima del teatro, la sua passione fu il giornalismo culturale. Secondo l’opuscolo pubblicato in sua memoria dopo la morte, scriveva sul «Corriere di Napoli», sul «Popolo di Roma» e sul quindicinale «Belvedere», dalle cui pagine condusse una campagna per la costruzione di un Palazzo dell’Arte a Napoli. Animava inoltre mostre e dibattiti che si tenevano in una saletta del Caffè Tripoli, in Piazza Plebiscito, nell’edificio che oggi ospita il Circolo Militare.

Vittorio Fiore da giovane, in un ritratto attribuito al pittore Mercadante (attribuzione incerta). (Archivio della famiglia Fiore.)

Con l’affermarsi del regime, anche la cultura e l’arte finirono sotto il controllo del sindacato fascista unico, e per lui, racconta l’opuscolo, arrivò il silenzio. Fu allora che il teatro, «una sua segreta ma tenace passione», diventò la sua strada.

«Tu sarai l’Amministratore della nostra compagnia»

All’inizio degli anni Trenta Eduardo, Titina e Peppino recitavano ancora in piccoli ruoli, nella compagnia del fratellastro Vincenzo Scarpetta o in altre formazioni. Vittorio Fiore, quasi coetaneo di Eduardo e Peppino, era legato a loro da un’amicizia giovanile ed era un sincero ammiratore del talento di Titina.

Il primo documento della loro collaborazione è una lettera autografa di Eduardo, datata Roma, 21 febbraio 1930, conservata nell’archivio della famiglia Fiore. Eduardo approva le proposte dell’amico per il cartellone pubblicitario della compagnia, chiede «solamente una piccola modifica alla dicitura del cartello» e ne disegna lo schizzo: in alto il nome «De Filippo», in basso la scritta «Comica compagnia napoletana d’Arte moderna». Le istruzioni sono precise: il nome deve imitare il carattere della testata di un foglio allegato. Il tono è quello di un’amicizia fraterna. La lettera si apre con un ironico «Gentile Sig.r Vittorio Fiore», si chiude con «Io ti bacio fraternamente» e porta i saluti di Peppino. In fondo, di suo pugno, Dodo, la moglie di Eduardo, aggiunge un poscritto per ricambiare i saluti a Eugenia, moglie di Vittorio. E una curiosità: Eugenia da nubile era vicina di Casa dei De Filippo, fu così che Vittorio la conobbe.

Lettera di Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore, Roma, 21 febbraio 1930,

con lo schizzo del cartello della compagnia. (Archivio della famiglia Fiore.)

Alla fine del 1930, secondo la ricostruzione del giornalista Piero Monelli, i tre fratelli ruppero con il commendator Eugenio Aulicino, impresario del Teatro Nuovo, e decisero di diventare impresari di se stessi. Eduardo si rivolse subito a Vittorio Fiore, che Monelli definisce «il più abile organizzatore teatrale di Napoli», gli chiese di trovare un teatro e gli affidò l’amministrazione della nuova compagnia.

L’articolo di Piero Monelli (luglio 1965) con il racconto della ricerca del Kursaal.

(Archivio della famiglia Fiore.)

Fiore individuò il Kursaal di via Filangieri, una sala elegante gestita allora da un medico, il dottor Tallerico, e da un ufficiale di marina, il capitano Farina. I gestori, che avevano i conti in passivo, accettarono con molta prudenza: non garantivano nulla e offrivano ai De Filippo un contratto di soli sette giorni. Prima della proiezione del film, la compagnia, con Agostino Salvietti, Tina Pica, Pietro Carloni, Dolores Palumbo e Giovanni Berardi, presentava un avanspettacolo di quaranta minuti. Il successo fu tale che, racconta Monelli, dopo pochi giorni il nome dei De Filippo passò sui manifesti davanti a quello di Clark Gable, protagonista del film in programma, e il contratto di sette giorni fu prolungato fino a sette mesi.

Al Kursaal la compagnia presentò una serie di atti unici, da «Sik Sik, l’artefice magico» fino a «Natale in casa Cupiello», che segnò il culmine della stagione. Una fotografia dell’Archivio Troncone ritrae la prima formazione della compagnia dei De Filippo: Vittorio Fiore è al centro, circondato da Titina, Pietro Carloni, Eduardo, Peppino, Tina Pica e Francesco Corbinci.

La prima formazione della compagnia dei De Filippo. Vittorio Fiore è al centro.

(Archivio Troncone.)

Dal Kursaal al Sannazaro

Dopo il Kursaal, i teatri napoletani si contendevano i De Filippo. L’anno seguente la compagnia approdò al Teatro Sannazaro, il salotto elegante della città, dove Titina trionfò in «Quaranta… ma non li dimostra», la commedia da lei scritta a quattro mani con il fratello Peppino. Intanto Pirandello affidava alla compagnia alcune sue opere.

Un telegramma inviato da Eduardo da Roma, conservato nell’archivio della famiglia Fiore e databile al 1932 circa, mostra il ruolo di Vittorio Fiore in quegli anni. Eduardo gli chiede di spedirgli subito l’articolo di Massimo Bontempelli e tutti gli altri articoli raccolti, e di avvisare la compagnia della prova delle 21.30 al Sannazaro. Bontempelli, tra le firme più prestigiose dell’epoca, aveva dedicato ai tre fratelli un intero articolo nella sua rubrica sul «Mattino». Vittorio era ormai l’uomo di fiducia della compagnia: ne curava la stampa, l’organizzazione, i rapporti con gli attori.

Telegramma di Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore, via Duomo 236, Napoli.

(Archivio della famiglia Fiore.)

La guerra e il San Ferdinando

Più tardi Fiore si separò professionalmente dai De Filippo, ai quali restò sempre legato da sentimenti affettuosi, e diede vita ad altre imprese teatrali. Durante la guerra, ricorda l’opuscolo, tenne coraggiosamente un’impresa teatrale nonostante i bombardamenti che colpivano Napoli. Secondo la memoria della famiglia Fiore, in quegli anni organizzava al Teatro delle Palme gli spettacoli di Raffaele Viviani.

Il legame con i Viviani durò ben oltre la guerra e passò alla generazione successiva. Vittorio Viviani, figlio di Raffaele, rimase legatissimo alla famiglia Fiore: in un libro conservato dalla famiglia c’è una sua dedica alla figlia di Vittorio Fiore, «a Marò, che mi è nipote, perché suo padre era mio fratello».

Nel dopoguerra tornò a lavorare con Eduardo come direttore del Teatro San Ferdinando, il teatro che Eduardo aveva acquistato distrutto dalla guerra e ricostruito a proprie spese. Secondo la memoria della famiglia Fiore ebbe un ruolo anche al Teatro Mercadante: una lettera di Peppino del 1958, di cui si parlerà più avanti, conferma il suo coinvolgimento nel rilancio di quel teatro.

Vittorio Fiore. Fotografia d’epoca restaurata e colorizzata digitalmente.

(Archivio della famiglia Fiore.)

Anche il legame con Peppino rimase vivo, come attesta una fitta corrispondenza . Una lettera dattiloscritta su carta intestata «Teatro Italiano Peppino De Filippo», datata Roma, 1 agosto 1958, mostra i due amici al lavoro su un nuovo progetto. Peppino, con l’ironia di sempre, scrive: «ti scrivo da un “forno” non da una città. Se non ci fosse stata di mezzo la nostra amicizia, col cavolo sarei venuto qui». Poi passa agli affari: gli manda «i cinque copioni per il lavoro che ti occorre», gli raccomanda di non trascurare le condizioni pattuite, precisa che Mario Mangini deve figurare «come TRADUTTORE e non come riduttore» e aspetta i bollettini a Viareggio. È, in poche righe, il quotidiano di un impresario: copioni, contratti, crediti, incassi. Il nome di Mangini compare già nel telegramma di Eduardo dei primi anni Trenta: la rete di collaboratori di Vittorio Fiore attraversa quasi trent’anni di teatro.

Lettera di Peppino De Filippo a Vittorio Fiore, Roma, 1 agosto 1958.

(Archivio della famiglia Fiore.)

Due mesi e mezzo dopo, il 18 ottobre 1958, Peppino torna a scrivergli, e questa volta la lettera porta dritta al Teatro Mercadante, «completamente rinnovato e rimesso a nuovo», che di lì a poco, nel 1959, sarebbe diventato per alcuni anni la sede del teatro stabile cittadino. È Vittorio a trasmettergli l’offerta di recitarvi, e Peppino si dice interessato soprattutto per il periodo di Natale: lo spettacolo natalizio che avrebbe dovuto fare al San Ferdinando, il teatro del fratello, era saltato «per ragioni che ancora non so spiegarmi». Erano gli anni in cui, come racconta Monelli, Eduardo e Peppino si ignoravano del tutto: dietro quelle «ragioni» è difficile non leggere la rottura tra i due fratelli. Si mette anche a disposizione per uno spettacolo del «Piccolo» o della «Stabile» di Napoli e chiude con un’amara constatazione: «In fatto di “Piccolo teatro” a Napoli ci sarebbe tanto da fare, tante volte ne ho parlato, ma inutilmente».

In mezzo agli affari, però, c’è la frase più bella di tutto l’archivio, un ricordo degli anni degli inizi: «Ti ringrazio della stima e dell’affetto che mi vuoi; d’altra parte, credi, io ti voglio lo stesso bene e penso di te tutto il bene possibile (non ho dimenticato che quando mi mancava una sigaretta, per fantasticare sui miei sogni d’artista, tu, molto affettuosamente, me l’hai data e questo, nella vita, conta)».

Lettera di Peppino De Filippo a Vittorio Fiore, Roma, 18 ottobre 1958.

(Archivio della famiglia Fiore.)

Il Bracco e la Compagnia Napoletana di Teatro

Nel marzo 1963 Vittorio Fiore fondò la Compagnia Napoletana di Teatro, che al Teatro Bracco assicurò la continuità del teatro dialettale napoletano in anni in cui, scrive l’opuscolo, in città si era creata una «desolante barriera di silenzio teatrale». Il repertorio recuperava autori come Gennaro D’Avino, Pietro Trinchera, Pasquale Altavilla, Rocco Galdieri, Raffaele Viviani e Vincenzo Scarpetta.

Pochi mesi dopo, il 26 dicembre 1963, moriva Titina De Filippo. Gli attori del Bracco vollero renderle omaggio, ed Eduardo scrisse a Vittorio da Roma il 3 gennaio 1964. È forse il documento più commovente dell’archivio della famiglia Fiore, e il più importante per questa storia: «Caro Vittorio, solo nel tuo e nel mio ricordo, ormai, rimarranno le impronte dei veri valori che determinarono la nascita del “Teatro Umoristico”. Ti abbraccio fraternamente». E aggiunge: «Ti prego di farti interprete dei miei sentimenti di commossa riconoscenza per gli attori tutti del “Bracco” e di dire loro che non dimenticherò mai l’omaggio che hanno voluto offrire alla memoria di mia grande sorella». Trentatré anni dopo il Kursaal, è Eduardo stesso a riconoscere in Vittorio Fiore l’unico altro custode della memoria di quegli inizi.

C’è però un’ombra in queste parole: Peppino, ancora vivo, è escluso da quel ricordo. Non era la prima volta: già nel 1958 Peppino si era visto chiudere le porte del San Ferdinando senza una spiegazione. Al funerale di Titina, racconta Monelli, i due fratelli erano stati visti distanti l’uno dall’altro. Si sarebbero riconciliati solo un anno e mezzo dopo, nell’estate del 1965, grazie alla mediazione di Nico Pepe per Peppino e di Paolo Grassi per Eduardo.

[Lettera di Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore dopo la morte di Titina, Roma, 3 gennaio 1964. (Archivio della famiglia Fiore.)

Con Vittorio Fiore lavorarono molti dei nomi che hanno fatto la storia del teatro napoletano. La memoria della famiglia Fiore gli attribuisce la scoperta o il lancio di attori come Enzo Cannavale, Ugo D’Alessio e Angela Luce.

Nell’estate del 1967 fu sua l’iniziativa di riaprire il Teatrino di Verzura nel parco della Villa Floridiana. La locandina, conservata dalla famiglia, annuncia per venerdì 21 luglio alle 21.15 «Il ballo dell’orsa» («La Chiappinaria») di Giovan Battista Della Porta, nella trascrizione di Mario Stefanile, con la regia di Gennaro Magliulo, scene di Nicola Rubertelli e costumi di Giorgio Metelli. In scena c’erano Tino Scotti, Gennarino Palumbo, Beniamino Maggio, Lia Angeleri, Ivano Staccioli, Miranda Martino, Stefano Satta Flores, Pietro De Vico, Ettore Carloni e altri. In fondo al manifesto, a caratteri grandi, si legge «Organizzazione: Vittorio Fiore». Molto più in piccolo compaiono due nomi destinati a contare: le musiche erano di un giovane Roberto De Simone, e tra gli interpreti minori c’era una giovanissima Fausta Vetere. Pochi anni dopo entrambi sarebbero diventati protagonisti della Nuova Compagnia di Canto Popolare e della riscoperta della musica tradizionale campana. Ancora una volta Vittorio Fiore aveva visto lontano.

Locandina del «Ballo dell’orsa», Villa Floridiana, Teatrino di Verzura, luglio 1967. Organizzazione: Vittorio Fiore. (Archivio della famiglia Fiore.)

Stava preparando il programma della Compagnia Napoletana di Teatro per la stagione 1968-69 quando, il 10 agosto 1968, morì all’improvviso, tra le braccia della moglie Eugenia e del figlio Sergio.

Vittorio Fiore con la moglie Eugenia. (Archivio della famiglia Fiore.)

L’impresario: storia di un mestiere

La vicenda di Vittorio Fiore si capisce meglio dentro la storia di un mestiere che oggi quasi non esiste più. L’impresario, parola italiana passata in tutte le lingue, nasce nella Venezia del 1637, quando il Teatro San Cassiano apre al pubblico pagante: i nobili proprietari affidano la sala a chi sceglie artisti e repertorio e se ne assume il rischio economico. Tra Settecento e Ottocento il sistema si diffonde in tutta Italia, e Napoli ne è una capitale: Domenico Barbaja guida il San Carlo e porta in città Rossini, Bellini e Donizetti, mentre al Teatro Nuovo Pasquale Molinari lega il suo nome alle commedie di Scarpetta. Fu proprio con suo genero, Eugenio Aulicino, che i De Filippo ruppero nel 1930 prima di rivolgersi a Vittorio Fiore.

Ancora negli anni Trenta il teatro viveva solo del mercato: sovvenzioni e premi, ricorda Monelli, «erano cose non ancora inventate», e una compagnia senza qualcuno capace di trovarle una sala e di venderla al pubblico non andava in scena. Poi lo Stato entra in gioco: nel 1935 nasce l’Ispettorato del Teatro, nel 1947 Paolo Grassi e Giorgio Strehler fondano il Piccolo Teatro di Milano, primo teatro stabile pubblico, e dal 1985 il Fondo Unico per lo Spettacolo diventa il pilastro del sistema. L’impresario privato resiste soprattutto nel teatro dialettale e popolare, come dimostra la Compagnia Napoletana di Teatro fondata da Fiore nel 1963, ma diventa sempre più marginale.

Non è un caso che, nell’articolo di Monelli del 1965, sia proprio Paolo Grassi a rappresentare Eduardo nella riconciliazione con Peppino: il fondatore del primo teatro stabile aveva cominciato anche lui come organizzatore di compagnie. E Grassi conosceva bene Vittorio Fiore: in una lettera conservata dalla famiglia Fiore gli suggeriva di scritturare e una produzione il giovane Ferruccio Soleri, allora sostituto di Marcello Moretti nel ruolo di Arlecchino,

Le carte di famiglia mostrano questo lavoro nei suoi aspetti più concreti: il cartellone studiato con Eduardo nel 1930, la trattativa con i gestori del Kursaal, la raccolta degli articoli di stampa, la convocazione degli attori per le prove. È esattamente ciò che oggi manca a tante compagnie.

Oggi questa figura si è quasi persa. I distributori sono pochi e molte compagnie, soprattutto le più piccole e indipendenti, fanno fatica a entrare nei circuiti: devono occuparsi da sole della vendita e dell’organizzazione, sottraendo tempo ed energie alla creazione. Chi lavora oggi nel teatro, e in particolare nel teatro per l’infanzia e l’adolescenza, lo sa bene. Ricordare figure come quella di Vittorio Fiore non è un esercizio di nostalgia: è un modo per ricordare che il teatro vive anche di chi lo rende possibile, e per chiederci chi, oggi, svolge quel lavoro prezioso.

Dietro le quinte

Vittorio Fiore non è mai stato sotto i riflettori. Il suo nome non compariva sui manifesti, ma senza di lui forse quei manifesti non ci sarebbero stati: il cartellone disegnato da Eduardo nel 1930, la sala trovata in via Filangieri, il contratto di sette giorni diventato di sette mesi.

Se conosco questa storia, se ho potuto tenere in mano quelle lettere, è perché Vittorio Fiore era mio nonno.

L’autrice da bambina con i nonni Vittorio ed Eugenia Fiore. (Archivio della famiglia Fiore.)

Questo articolo è solo un primo passo. Le lettere, i contratti e le locandine conservati dalla mia famiglia meritano uno studio più ampio, e la storia di Vittorio Fiore è una tra le tante che attendono di essere raccontate. A chi custodisce memorie simili rivolgo un invito: tiriamole fuori dai cassetti. Ricostruire la memoria di chi ha lavorato dietro le quinte è un’utopia, ma un’utopia che si può realizzare. Perché ricostruire la memoria non è guardare indietro: è raccogliere ciò che il passato ha reso possibile, per immaginare ciò che il futuro può ancora diventare.

Fonti

– Lettera autografa di Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore, Roma, 21 febbraio 1930. Archivio della famiglia Fiore.

– Telegramma di Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore, da Roma, [1932 circa]. Archivio della famiglia Fiore.

– Piero Monelli, articolo sulla riconciliazione tra Eduardo e Peppino De Filippo, [testata], Roma, luglio [1965].

– [Enzo Fiore], opuscolo commemorativo dedicato a Vittorio Fiore, [Napoli, 1968], pp. 8-11.

– Lettere di Peppino De Filippo a Vittorio Fiore, Roma, 1 agosto 1958 e 18 ottobre 1958. Archivio della famiglia Fiore.

– Lettera di Eduardo De Filippo a Vittorio Fiore, Roma, 3 gennaio 1964. Archivio della famiglia Fiore.

– Locandina del «Ballo dell’orsa», Villa Floridiana, luglio 1967. Archivio della famiglia Fiore.

– Fotografia della prima formazione della compagnia dei De Filippo, Archivio Troncone, Napoli.

– Per la storia dell’impresario: Beth L. Glixon e Jonathan E. Glixon, Inventing the Business of Opera. The Impresario and His World in Seventeenth-Century Venice, Oxford University Press, 2006; John Rosselli, L’impresario d’opera. Arte e affari nel teatro musicale italiano dell’Ottocento, EDT, 1985.