Fare teatro dove il teatro non c’è
di Antonio Nardelli

“Benvenuti all’isola che non c’è” direbbe Spugna di Peter Pan — l’isola dei sogni, delle avventure e dei giorni senza fine, dei bimbi sperduti, degli indiani, delle sirene e dei pirati. Benvenuti nel Basso Volturno, in provincia di Caserta.
Qui nascono i bimbi sperduti del Teatro delle Folli Idee. Uso la definizione di “sperduti” non per romanticismo letterario, ma come descrizione precisa di un territorio che amo e che vivo da quasi quarant’anni. Sperduti lo siamo, e non poco. Affrontare dopo quasi vent’anni il lavoro teatrale in un luogo dove pochi parlano la tua lingua — dove spesso ti guardano come l’eroe di Cervantes alla ricerca dei mulini a vento — ti restituisce un senso di smarrimento che non ti molla più. Non perso, ma “sperduto”: c’è differenza. Chi è perso non sa dove andare. Chi è sperduto sa benissimo dove vuole arrivare, ma il paesaggio intorno non lo riconosce ancora.
Un territorio senza teatro
Il Basso Volturno è una zona d’Italia che porta su di sé il peso di molte assenze: infrastrutture incomplete, spazi culturali rari, investimenti che arrivano in ritardo o non arrivano affatto. In questo contesto, il teatro non è semplicemente un’attività difficile da praticare — è quasi un atto rivoluzionario. Al di fuori della grande tradizione del teatro napoletano, che nella memoria collettiva finisce con Natale in casa Cupiello del Maestro Eduardo De Filippo, non esiste qui una cultura teatrale radicata, diffusa, quotidiana. Il teatro è un’eccezione, non una normalità. È un lusso che qualcuno si prende, non un diritto che tutti conoscono.
Eppure è esattamente in questo vuoto che il teatro diventa più necessario. Non nonostante l’assenza, ma proprio grazie a essa. Dove il teatro non c’è, farlo ha un che di mistico. È come piantare un seme nel cemento e aspettare, pazienti e ostinati, che cresca.
Gli adolescenti, gli schermi e la perdita delle emozioni

C’è però una sfida nuova, più silenziosa e più profonda, che si aggiunge alla mancanza di spazi e di cultura teatrale. È la sfida di raggiungere i ragazzi di oggi, quegli adolescenti che crescono immersi in un universo parallelo fatto di schermi, notifiche e contenuti in streaming. Una generazione che non è pigra, non è indifferente — ma è affascinata, spesso incantata, dalla finzione digitale. Dai personaggi delle serie, dagli influencer, dai video brevi che durano trenta secondi e regalano emozioni preconfezionate, immediate, senza rischio.
Il problema non è lo schermo in sé. Il problema è ciò che lo schermo sostituisce: il contatto vivo con l’altro, lo sguardo negli occhi, il silenzio condiviso, la voce che trema in scena. Gli adolescenti del Basso Volturno — come quelli di molte periferie italiane — vivono con crescente difficoltà le proprie emozioni reali. Non le riconoscono, non sanno nominarle, non trovano spazi sicuri per esprimerle. Ridono troppo forte per non piangere. Si nascondono dietro un filtro, uno schermo, una maschera digitale. E intanto, dentro, qualcosa resta in sospeso, irrisolto, senza forma.
Il teatro è esattamente il contrario di tutto questo. Il teatro è il luogo dove la maschera si porta in scena per poi toglierla. Dove si impara a stare in un’emozione senza fuggire, a guardarla, a darle un nome e un corpo. Fare teatro significa imparare a essere presenti — a sé stessi e agli altri — in un’epoca che ci allena costantemente alla distanza.
Un’officina senza tetto fisso
Il Teatro delle Folli Idee è una scuola di teatro senza teatro — a volte senza spazi dove esibirsi. La strada, le scuole, le ville comunali diventano palcoscenico. Decine di api operaie lavorano perché il pubblico e gli attori siano a proprio agio, in qualunque luogo ci si trovi. Non è una mancanza da lamentare: è diventata una cifra identitaria. Il teatro che va verso la gente, che non aspetta che la gente venga al teatro.
Negli anni, questa realtà è cresciuta, si è stabilizzata, si è strutturata. Si è passati a un secondo passo: creare e formare maestranze, costruire una continuità, trasformare l’esperienza di pochi in un patrimonio condiviso di molti.

La vera questione
La nostra isola che non c’è è pronta. I ragazzi ci sono, curiosi e fragili come sempre lo sono stati i ragazzi di ogni generazione. Il territorio c’è, con le sue contraddizioni e la sua bellezza ruvida. Ma la questione vera rimane aperta: il teatro, in un luogo che non lo conosce e non lo attende, deve guadagnarsi ogni giorno il diritto di esistere. Deve dimostrare — a chi governa, a chi ignora, a chi dubita — che non è un capriccio culturale, ma una necessità civile.
Che dare a un adolescente del Basso Volturno la possibilità di salire su un palcoscenico, di dire una battuta, di piangere in scena senza vergogna, significa restituirgli qualcosa che nessuno schermo potrà mai dargli: il coraggio di essere se stesso, davanti agli altri, senza filtri.
Questo è fare teatro dove il teatro non c’è.
E questa, forse, è la forma di resistenza più antica e più necessaria che conosco.

