QUANDO SI DICE CHE ABBIAMO ANCORA BISOGNO DI MAESTRI…
INCONTRO CON WALTER BENJAMIN
“C’è un quadro di Klee che s’intitola ‘Angelus Novus’. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta. ” ()

La notte non era cominciata come una notte qualsiasi. Mi ero addormentato tardi, con quella vecchia inquietudine che morde la nuca: “Ha ancora senso fare teatro per i bambini? E per i ragazzi? E io, che posto ho in questo compito? ”Avevo spento la luce con la sensazione che qualcosa si fosse incrinato: forse per “l’industria culturale” che mi schiaccia, forse il timore di non essere necessario, forse l’ombra di una parola mancata, di un gesto non più sufficiente. Ero angosciato. Angosciato davvero. Perché mi chiedevo: ha ancora senso? Ha ancora senso Fare teatro per i bambini…? E perché proprio io devo farlo? Perché questa responsabilità che pesa come un sogno sbagliato?
A volte la notte non comincia… crolla. E quando crolla ti trovi in un luogo che non hai scelto.
In quella strana notte feci uno strano sogno: ve lo racconto:
Notte, ero in un teatro vuoto. Vuoto… silenzioso, un teatro che non conoscevo, sembrava antico e nuovissimo. Le poltrone erano di legno grezzo, le quinte erano fatte di stoffa rossa che pareva fuoco. Dal soffitto pendevano lampade. Mi siedo sul bordo del palco, guardo la platea deserta, come una bocca spalancata. E allora lo sento. Un fruscio alle mie spalle, non ho paura. non fa paura, poi dei passi piccolissimi, come se sotto il palco si muovesse un esercito di formiche… o di bambini. Mi volto. Una luce. Una luce teatrale. Un taglio di quinta, netto, verticale. Appare dal fondo un uomo. L’uomo si ferma al centro del palcoscenico, si siede come chi aspetta da sempre, indossa un cappotto polveroso, un cappello scuro, una cartella di cuoio, occhiali tondi, sguardo da bambino e antico insieme, lo sguardo di chi ha visto più mondi di quanti ne possa raccontare. Lo riconosco …
È…
È…
È Walter Benjamin.
Lo guardò come se fossi arrivato in ritardo a un appuntamento fissato da secoli.

BENJAMIN
Mario, entri sempre così? In punta di piedi, come se il teatro potesse offendersi?
MARIO
Non volevo disturbare. È che… non so come sono arrivato qui.
BENJAMIN
Nel teatro dei sogni si arriva solo quando l’inquietudine diventa domanda. E la tua è forte. La sento da lontano.
MARIO
È un’angoscia, sì. Vedi, io faccio teatro per i bambini e per i ragazzi. Ma spesso mi chiedo: perché? Ha ancora senso? Intendo dire, quale è il mio ruolo d’artista, oggi in questa società?
BENJAMIN
Tu temi che il teatro non sia più uno strumento. Io ti dico: il teatro non è mai stato uno strumento. È un territorio.
Benjamin si alzò. Camminò sul palcoscenico e a ogni passo le assi sembravano emettere una nota musicale.
BENJAMIN
Ho scritto che l’educazione del bambino ha bisogno di un quadro, non di un metodo. Un luogo reale, circoscritto, dove la vita intera può entrare e ricomporsi. Il teatro è questo: un mondo intero compresso in uno spazio piccolo abbastanza da essere afferrato da un bambino.
MARIO
Ma i bambini oggi… sono distratti, bombardati, compressi da mille stimoli.
BENJAMIN (ridendo)
La borghesia di ogni epoca ha pensato i bambini “distratti”. In realtà sono solo veri. E il vero non si governa con frasi, lezioni o messaggi. Il teatro, invece, parla in un linguaggio che capiscono: quello dei gesti, dei segnali, dell’attimo. Tu non devi “educarli”. Devi osservarli.
Le luci del teatro si abbassarono. Dal fondo della scena si materializzarono bambini di tutte le età: alcuni dipingevano, altri provavano passi di danza, altri costruivano oggetti con cartoni e bastoncini. Nessuno parlava. Giocavano.

BENJAMIN
Ogni gesto infantile è un segnale da un mondo in cui il bambino è dittatore. Guarda come comandano la scena con un dito, una risata, un inciampo. Il tuo compito, Mario, non è guidarli come “personalità morale”. Quello è l’errore del teatro borghese. Tu devi creare il luogo dove quei segnali possono diventare materia: suono, forma, ritmo, scena.
MARIO
Ma mi sento inadeguato. A volte penso che un adulto non possa parlare ai bambini senza cadere nella retorica o nel paternalismo.
BENJAMIN
Allora non parlare. Ascolta. Ascoltali con gli occhi.
Il teatro per i bambini non si fa per loro, Si fa con la loro presenza immaginaria. Anche quando non sono fisicamente sulla scena.
Il teatro per i bambini non è mai un atto individuale. È un atto comunitario. Hai paura della solitudine creativa? Allora guarda: questo pubblico non è fatto di individui, ma di un collettivo.
MARIO
Ma i bambini non formano un collettivo nel senso politico del termine.
BENJAMIN
E infatti proprio per questo sono il collettivo più puro. Non hanno ancora il vizio degli adulti di volersi distinguere, giudicare, competere. Loro giocano insieme, anche senza conoscersi. Nel momento in cui apri il sipario per loro, tu stai aprendo il sipario per la comunità intera. Perché il gesto infantile – quello vero, quello non addomesticato – è un segnale dell’avvenire. “Poiché veramente rivoluzionaria non è la propaganda delle idee, che stimola ora qua ora là ad azioni ineffettuabili e finisce con la prima considerazione a mente fredda fatta all’uscita del teatro. Veramente rivoluzionario è il segnale segreto dell’avvenire, che parla dal gesto infantile.”
MARIO
E allora perché, Walter, mi sento così fragile? Perché ho paura di non riuscire più a inventare nulla di abbastanza vivo?

Walter Benjamin e Bertlot Brecht
Benjamin si avvicina, mi mette una mano sulla spalla, un contatto leggero.
BENJAMIN
Perché sei un adulto che ha conservato il ricordo della propria infanzia, ma non la sua forza. E ti confondi. Credi che il teatro debba “insegnare qualcosa”. Invece il teatro, per i bambini, è un carnevale permanente: un luogo dove ciò che è in alto si ribalta in basso, dove il bambino insegna all’adulto. Tu non sei lì per “far capire”, sei lì per farti sorprendere. L’angoscia nasce quando l’adulto vuole controllare. Il teatro per bambini vive solo quando l’adulto si lascia trasformare. “Non alla eternità del prodotto, ma all’attimo del gesto è destinata ogni infanzia.”
Dal soffitto iniziarono a cadere piccoli fogli di carta, come fiocchi di neve. Su ogni foglio c’erano parole che conoscevo: titoli di spettacoli, immagini di laboratori, nomi di bambini …
BENJAMIN
Vedi? Il bambino non conserva lo spettacolo come oggetto. Conserva il gesto che gli ha acceso un lampo negli occhi. E quel lampo, Mario, sopravvive più di qualunque trama.
MARIO
Allora… non devo creare capolavori?
BENJAMIN
No. Devi creare occasioni.
BENJAMIN
Ricorda: ciò che è veramente rivoluzionario nel teatro non è la propaganda delle idee, ma il gesto infantile che parla come un segreto dell’avvenire. Se ti senti perso, torna qui, nel teatro del sogno, nel luogo dove i bambini sono già un collettivo, e tu sei solo il primo spettatore.
MARIO
E quando sarò sveglio, Come farò a ricordare tutto questo?
BENJAMIN
Ogni buon teatro è un sogno che non chiede di essere ricordato. Chiede di essere continuato.
Poi svanì. Il palcoscenico si fece buio. E quando aprii gli occhi, avevo una sola frase che mi bruciava nel petto:
“Non alla eternità del prodotto, ma all’attimo del gesto è destinata ogni infanzia.”
a cura di Mario Fracassi


