TEATRI SENZA FRONTIERE, IL DIARIO DI VIAGGIO – parte 4

TEATRI SENZA FRONTERE
ULTIMO REPORT DAL GHANA

Testo Marco Renzi

Foto Sorina Simona Furdui

ADUDORNU
Siamo tornati alla scuola di Adudornu, nel mezzo delle sterminate pianure del Volta Region, tra strade di terra rossa e rigogliose vegetazioni, che, in questa stagione delle piogge, appaiono più verdi che mai. La nuova scuola di Adudornu sorge nel nulla, non si vedono intorno case e villaggi, eppure basta andare oltre gli alberi per scoprire una miriade di povere capanne dove vivono centinaia di bambini con le loro famiglie. In questa parte del Ghana l’attività prevalente è quella del lavoro nei campi, i contadini, lo sappiamo, sono per natura poveri in qualsiasi terra del mondo esercitino il loro mestiere ma qui questa parola assume un peso e una dimensione unici. La nuova scuola è stata costruita con il fattivo sostegno di “Children’s Land”, piccola ma attiva ong di Montegiorgio e reca su una delle porte d’ingresso una frase di Enrico Gentili, persona straordinaria che ho avuto l’onore di conoscere ed apprezzare, scrittore ed anche ex sindaco della città di Montegiorgio, scomparso qualche anno fa, una frase che dice che se potesse scegliere quale senso donare ai suoi figli, sceglierebbe quello della meraviglia. E’ un’emozione leggere queste parole in un luogo così lontano, un momento in cui il sorriso di Enrico e la sua voce pacata sono tornate forti dai labirinti della memoria.

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La scuola ha un grande spazio aperto che funge anche da chiesa e diverse aule, la richiesta però è tanta e per farvi fronte è stata costruita nelle vicinanze una tettoia di paglia per ospitare altre classi ancora. I ragazzi occupano subito lo spazio grande e pian piano, tra gli alberi, cominciano a sbucare anche donne, uomini, anziani, tutti con la loro sedia di plastica sopra la testa, c’è persino il capo tribù avvolto nella sua sontuosa veste, con al seguito il consiglio degli anziani. In Ghana ancora oggi agiscono due poteri, quello istituzionale e  quello tradizionale, il primo viene indicato dal popolo tramite un’elezione molto simile alla nostra, la democrazia nel paese è abbastanza consolidata, l’opposizione di due anni fa oggi è al governo, segno che c’è alternanza e possibilità di scegliere. Il secondo potere, quello tradizionale, è invece indicato dai vari clan dominanti nella comunità, sono loro che scelgono il leader, affiancandogli un consiglio di anziani per le decisioni più importanti. Il fatto anomalo è che il potere tradizionale risulta essere molto più forte di quello politico e non c’è decisione che venga presa senza che il capo tribù e il suo consiglio non l’abbia precedentemente approvata. Stamattina abbiamo davanti a noi la leadership di queste comunità, sono seduti di lato, bene allineati, con il capo davanti e dietro gli anziani, tutti in costumi bellissimi e solenni. Dopo la messa celebrata da Padre Joe, come sempre ricchissima di canti e tamburi, facciamo il nostro spettacolo in un clima sereno e accogliente come solo questo popolo sa donare. Le vicende di Pulcinella, che parla una lingua tutta speciale, un mix tra inglese e napoletano, vengono seguite con divertimento e partecipazione, l’ingresso della morte fa sempre scappare i più piccoli e il racconto finale del “Diluvio” li coinvolge e preoccupa allo stesso tempo. Dopo lo spettacolo sono i loro tamburi a prendere la scena, c’è una piccola esibizione dei ragazzi della scuola, fatta di quel ritmo e senso della danza che sembra essere stampato nel dna di questo popolo, anche nei più piccoli. In conclusione tamburi e balli tradizionali: centinaia di micromovimenti delle spalle che producono un effetto finale davvero sorprendente. Ci lasciamo con le foto di rito e un “diluvio” di sorrisi che ci accompagna fin quando il pulmino non scompare nella polverosa strada del ritorno.

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In questo periodo dell’anno le palme sono piene di noci di cocco, sembrano giganteschi grappoli d’uva, piove in abbondanza, la vegetazione è ovunque. E’ una terra ricca di risorse questa, abitata da gente di una cordialità imbarazzante, basta dire good morning e subito si spalancano sorrisi, ci chiamano scherzosamente “iavù”, che significa uomo bianco, e mentre lo dicono sorridono ancora, senza pensare al male che questo uomo bianco ha fatto all’Africa, dallo schiavismo al colonialismo. Spero davvero che il Ghana e l’Africa intera trovino la forza per alzarsi in piedi e camminare con le proprie gambe, per dare ai propri figli un futuro che meritano, magari stringendo la mano anche all’uomo bianco o almeno a una parte di esso, quella di cui ci si può fidare, come Padre Joe e la sua “In My Father’s House”.

THE BIG RAIN
Il tema che quest’anno abbiamo sviluppato all’interno del laboratorio è stato quello del DILUVIO, circa trenta ragazzi orfani, ospiti della missione “In My Father’s House”, hanno partecipato per due settimane alla scuola di teatro che si è conclusa con una pubblica rappresentazione dello spettacolo “THE BIG RAIN”, da loro stessi interpretato. Diciamo subito che le adesioni sono state almeno il doppio e che non avendo spazi idonei a disposizione, non è stato possibile attivare più di un gruppo. Questi ragazzi, di età compresa tra i 9 e i 15 anni, hanno un’innata capacità motoria e un senso del ritmo e del movimento molto sviluppato, la loro fisicità è dirompente e questo elemento è stato sviluppato al massimo nell’allestimento dello spettacolo. Sono state due settimane intense, dove si sono creati inevitabili legami e dove è rimasta sospesa nell’aria una grande voglia di dare seguito al lavoro. Sognare non costa per fortuna ancora nulla e allora diciamo che sarebbe davvero bello poter creare un laboratorio stabile con questi ragazzi, approfondire, sempre attraverso il gioco e la disciplina, un mestiere antico e mai vecchio come quello del teatro, poter raccontare storie, mettere in campo allestimenti più articolati, che prevedano anche costumi, scene, più tempo per la recitazione e poi portarli in giro in scuole e centri della loro regione, sarebbe davvero bello e se lo meriterebbero proprio. In questi giorni ad Abor abbiamo parlato di tutto, anche della possibilità di creare un edificio adibito allo spettacolo teatrale e cinematografico, per aprirlo al pubblico del paese. Abbiamo sognato tante cose e con noi anche la direzione della missione che è entusiasta e disponibile a percorsi nuovi, dimostrando sensibilità e coraggio. Per ora sogniamo, con la consapevolezza che questa attività apparentemente astratta è la sola capace di incidere la dura pietra della realtà. In fondo dieci anni fa “Teatri Senza Frontiere” era poco più che un sogno.

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CINEMA SENZA FRONTIERE

I ragazzi della missione hanno molti impegni: scuola, studio, pulizie, lavanderia, e alla sera, circa dalle otto alle nove, nell’oretta libera e di svago si rincorrono allegramente negli spazi della struttura. Hanno sete di tecnologia, appena vedono un telefonino o un PC subito fanno quadrato intorno. Una sera, per caso, abbiamo scaricato un cartone di Tom e Jerry e mostrato ad alcuni bambini, in pochi istanti ce n’erano decine, abbiamo girato il telefonino e creato una sorta di cinema improvvisato. L’esperimento è continuato nelle sere successive, passando dal telefonino al PC, ma se la superficie dello schermo è aumentata, la platea è cresciuta fino ad abbracciare l’intera comunità che conta al momento un centinaio di ospiti fissi. Ne abbiamo palato con il Sig.Frank, uno dei responsabili della missione, persona garbata e gentile, che dopo una breve consultazione con Padre Joe, ha affittato un proiettore video e dato corpo all’idea di una sorta di “cinema senza frontiere”. Al mercato di Abor abbiamo trovato alcuni dvd, 1 euro due dischi, ovviamente fatti a casa, contenenti una miriade di film tra cui il celeberrimo “Re Leone”, “Cars” e altro. Il giorno successivo è venuto il tecnico dell’ingranditore, abbiamo fatto dei sopralluoghi e deciso che la torre all’ingresso della missione, quella che ospita la campana e in cima il deposito dell’acqua, poteva prestarsi ad essere schermo avendo la base tutta dipinta di bianco. I ragazzi hanno sostato panche e sedie dallo spazio polifunzionale alla torre, parliamo di circa 300 metri di distanza, il proiettore è stato collegato al PC, l’audio a una cassa esterna e il cinema è diventato realtà. Purtroppo l’atteso “Re Leone” non si è lasciato vedere, evidentemente la copia del dvd è stata fatta con mezzi improvvisati, abbiamo così ripiegato su altro. Vedere comunque un’allineata platea di piccoli, con gli occhi sgranati sul muro della cisterna, è stata un’emozione davvero forte. Speriamo che l’esperimento abbia un seguito e che grandi film facciano sognare questi giovani che hanno avuto una vita subito in salita e tutta da scalare.

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Il nostro lavoro nel Volta Region è quasi terminato, resta un ultimo appuntamento per sabato 29 settembre, quando alla sera parteciperemo a una festa in un paese vicino ad Abor, si tratta di un festival di musiche e danze tradizionali dove cibo e mercato non mancheranno, saliremo anche noi sul palco che hanno predisposto e sarà un’esperienza tutta da vivere che vi racconteremo una volta tornati in Italia. Poi raggiungeremo Accra, la capitale da quattro milioni di abitanti, con le sue bidonville e il traffico caotico e da lì torneremo al nostro mondo. Sono state due settimane molto intense, abbiamo percorso centinaia di chilometri su strade spesso impossibili, incontrato migliaia di ragazzi, insegnanti, villaggi dove il tempo si è fermato, dove si respira pace e serenità pur nell’estrema povertà, ci siamo chiesti quale sia il modello di vita e di sviluppo giusto e quale sbagliato, che cosa sia davvero importante in questa vita e cosa superfluo, se sia alla moda il giovane europeo che compera il jeans strappato o il giovane ghanese che lo strappo subisce, abbiamo incontrato la forza di uomini e donne che mandano avanti una comunità missionaria, che salvano vite umane dalla strada e dal degrado, abbiamo visto una luce nei loro occhi, siamo stati travolti da uno tzunami di sorrisi e da un popolo che non ti fa sentire mai straniero ma sempre figlio di questo mondo e che pur nel nulla trasmette speranza e forza di vivere.
Abbiamo dato e ricevuto, in uno scambio che ci ha reso certamente più ricchi, ci siamo posti mille domande e dato qualche risposta, per questa volta ci accontentiamo, alla prossima.
Grazie a Maurizio Stammati, Dilva Foddai, Chiara Di Macco, Marco Mastantuono e Simona Gionta del Teatro Bertolt Brecht di Formia, ad Anna Chiara Castellano Visaggi del Granteatrino di Bari, a Proscenio Teatro di Fermo e a Simona Sorina Furdui che dietro l’obbiettivo della macchina fotografica ci ha consentito di avere le immagini di questi reportage.

Grazie alla redazione di Cronache Fermane che anche quest’anno ha condiviso con noi questa esperienza e ci ha concesso il privilegio di raccontarvela.

 

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