TEATRI SENZA FRONTIERE, IL DIARIO DI VIAGGIO – parte 3

QUATTRO SCATTI DAL GHANA

 

Di Marco Renzi

Foto di Sorina Simona Furdui

 

IL FUNERALE

I funerali in queste zone rurali del Ghana sono un evento straordinario, così importante che quasi mai il decesso coincide con la cerimonia funebre, una persona può morire oggi e vedere il suo funerale l’anno successivo. Per mettere in campo una buona cerimonia occorrono soldi e le famiglie debbono avere tempo per metterli da parte, solo quando sarà possibile garantire ciò che necessita la funzione potrà essere celebrata. Il funerale è un momento che interessa tutta la comunità, un occasione per rivedere gente, per parlare, ballare e anche bere. Diciamo che più la famiglia sta bene e più il tempo tra decesso e funerale diventa breve, per gli altri ci sono celle frigorifere dove conservare i corpi. Abor è un piccolo centro vicino al confine con il Togo, un incrocio di strade dove vivono circa sei mila anime e dove nei fine settimana c’è sempre qualche funerale da celebrare. Siamo andati a uno di questi, accompagnati da persone della missione, è buio, in lontananza si sentono i tamburi, lasciamo la macchina e ci immergiamo nei vicoli bui del vecchio insediamento: una serie di casette in muratura, basse e piccole, con gli immancabili tetti di lamiera, sistemate senza un’ordine, tra strade di terra. In queste abitazioni se vuoi l’acqua devi scavare il tuo pozzo, se vuoi il bagno la tua buca, fogne e servizio idrico sono ancora nel futuro. Dopo varie serpentine arriviamo a uno slargo dove sono stati montati diversi gazebo, allineate sedie di plastica e sistemato un impianto per la diffusione di musica, ci accolgono con grande affetto e ci fanno sistemare in prima fila. La cerimonia deve ancora iniziare, c’è musica registrata (un rag etnico con percussioni rafforzate) mandata dal signore che ha portato quello che noi chiamiamo service audio. Dietro un tavolo, dove alcuni anziani sono allineati, si intravede un gazebo più addobbato degli altri, lì attende il defunto. Ad un certo punto la festa ha inizio, perchè proprio di questo si tratta. Il gazebo del defunto viene aperto, la musica registrata viene sostituita da quella live fatta da una sezione ritmica di cinque tamburi. La gente comincia a ballare, alcuni sono vistosamente instabili da alcol, molti vanno a visitare il morto che è stato composto in una sorta di stanza bianca, su un letto adorno di fiori bianchi e avvolto in trecce di luci led lampeggianti. Essendo il defunto, anzi la defunta, cattolica, sopra al tutto campeggia un cerchio luminoso intermittente con l’immagine del Cristo declinata in varie sfumature di colore. Siamo di fronte a un’immagine sicuramente annoverabile tra le cose più kitch di questo mondo. La signora, deceduta non si sa quanto tempo fa, è vestita di bianco, con un bel cappello in testa e sembra fresca come una rosa appena colta. Fuori dal suo gazebo intanto la festa comincia a crescere, i tamburi battono il ritmo, la gente balla, ci invitano, lo spazio si riempie. Il confronto tra le capacità motorie è impietoso; loro, sia i giovani che gli anziani, hanno un senso del ritmo e della danza che avvicinato al nostro non lascia scampo. Dopo le danze cominciano ad alternarsi nello spazio centrale diversi elementi di intrattenimento: c’è chi canta, e lo fa benissimo, chi racconta storie come in una stand-up comedy, e si arriva persino ad una scena teatrale dove viene rappresentato uno spaccato di vita della defunta, che di mestiere faceva la venditrice ambulante di verdure, e, a giudicare dalle risate dei presenti, la cosa deve essere stata molto divertente. Ci dicono che la serata andrà avanti fino a notte fonda, al ritorno nella missione sentiamo i tamburi suonare ancora a lungo. Il giorno successivo riprenderanno, cambieranno posizione alla morta e alla sera ci sarà la sepoltura. Alla cerimonia c’erano tutti coloro che la conoscevano, quelli che facevano parte della sua vita e per due giorni ancora l’hanno fatta rivivere tra canti, balli, sorrisi e festa, davanti alla casa dove aveva vissuto. Sabato prossimo andremo ad un altro funerale, vedremo cosa accadrà. Percorrendo la strada è impossibile non notare le varie botteghe degli artigiani falegnami che confezionano casse da morto davvero uniche, ce ne sono a forma di gallo, di cobra, di macchina da cucire, di corriera, di bottiglia, di pesce, asseconda del mestiere del deceduto ed è uno spettacolo davvero unico.

 

 

LE SCUOLE LONTANE

Viaggiando in queste regioni (Volta Region), a nessuno può sfuggire la quantità di scuole che si incontrano lungo la strada principale, tutte con il loro coloratissimo carico di studenti e le immancabili bancarelle all’ingresso, dove, alla ricreazione e alla pausa pranzo, è possibile trovare di tutto: dal cibo al quaderno. Le scuole aprono alle otto di mattina e chiudono alle tre del pomeriggio, spesso i banchi vengono utilizzati anche come quaderni dove si può scrivere con il gesso sul legno e quindi cancellare, solitamente al muro è attaccata una grande lavagna e nel fondo dell’aula si ammucchiano cose varie: sedie e banchi rotti, pezzi di legno, rami di alberi. Venerdì 21 settembre in Ghana è festa nazionale, le scuole sono chiuse, con Padre Joe siamo andati in una località molto distante da Abor, verso l’interno del paese. Tra strade di terra e buche infinite siamo arrivati ad una chiesa/scuola, una struttura coperta con un fondo di cemento che funge da punto di ritrovo per la comunità locale, è scuola e al contempo anche chiesa. Un folto gruppo di persone ci aspetta, sono di tutte le età, Padre Joe prepara per il suo show, così chiama scherzosamente la messa, posiziona un tavolo al centro, un crocefisso e due candele accese, la funzione può cominciare. La messa è ricca di canti e tamburi, i bambini avanti, dietro mamme con figli attaccati alle spalle e diverse che allattano, in fondo gli uomini. Dopo la funzione si sposta l’altare e può avere inizio il nostro spettacolo, la piccola comunità è attenta e curiosa, i piccoli scappano alla vista delle maschere, poi tornano a piccoli passi e alla fine un grande abbraccio stringe ogni cosa. La struttura coperta è stata completata con il contributo di “Children’s Land” la piccola ong di Montegiorgio che è tra i partner di questo progetto. Ci offrono il pranzo e dopo ci portano a vedere delle scuole nelle vicinanze. La campagna intorno è vasta e dominata da una singolare montagna che emerge in splendida solitudine dal terreno, una roccia nera e affascinante. La prima visita è in un sito dove accanto alla nuova scuola in muratura si può vedere quella che esisteva fino a poco tempo prima. Questa era una tettoia di lamiera sorretta da sei pali di legno con al vertice una croce di legno, anche in questo caso doppia funzione. Grazie alla generosità di una coppia svizzera è stato possibile costruire la nuova, che, oltre al tetto, ha anche le pareti e delle stanze di servizio. Le scuole a queste latitudini non hanno finestre, solo tanti fori nei muri da cui entra aria e luce. Padre Joe ci racconta la genesi di queste scuole: loro, i frati comboniani, comprano un pezzo di terreno e costruiscono la struttura con il legno e la lamiera, open space, spesso aiutati da volenterosi dei villaggi vicini, portano quindi quello che possono: banchi, panche di legno e forniscono gli Insegnanti per cominciare l’attività. I Maestri sono ragazzi che studiano all’università grazie all’aiuto determinante della missione che paga loro praticamente tutto e per sdebitarsi vanno ad insegnare in queste scuole sperdute. I bambini arrivano percorrendo anche grandi distanze a piedi e usufruiscono di quella cosa straordinaria che è stare insieme ad altri ed apprendere, tutto per loro è gratuito. Se poi si trovano soldi viene costruito un pavimento in cemento e fatto un piccolo muretto per delimitare lo spazio, i bagni sono forniti da madre natura. Quando si trova un donatore, allora si passa alla costruzione di una scuola tutta in muratura, a quel punto il governo ghanese interviene mandando e pagando degli Insegnanti, non tutti, una parte. La seconda scuola che visitiamo è in aperta campagna, poco distante dalla grande roccia nera, intorno non c’è nulla, ci arriviamo dopo un piccolo tratto di strada da fare a piedi, è una capanna con il tetto di lamiera ondulata, sotto sei panche, un tavolo-cattedra, una lavagna che sta cadendo a pezzi e un fondo sconnesso di terra, null’altro, la frequentano circa 50 bambini. E un’immagine forte, non si riesce neppure ad immaginarla piena di gente, eppure su quelle povere panche si gioca il destino di tanti esseri umani di questo pianeta storto, perché l’istruzione è un passaggio fondamentale per il riscatto di questo e di tutti i popoli.

 

 

MIAMI BEACH

I ricchi stanno ovunque, sparsi equamente in questo mondo che, visto da quaggiù, sembra davvero più sghembo che mai. Siamo andati alla foce del fiume Volta, che da il nome alla Regione che ci ospita, una grande via d’acqua che partendo dal Burkina Fasu attraversa per intero il Ghana, andando a morire nel Golfo di Guinea. Alla foce hanno costruito una serie di alberghi e resort ad esclusivo uso dei turisti occidentali e dei ricchi ghanesi di Accra che nei fine settimana vengono a passare un paio di giorni al fiume e al mare. Le strutture sono da ambo i lati del grande fiume, in lontananza si possono vedere le onde bianche e spumeggianti dell’oceano atlantico mentre motoscafi e moto d’acqua solcano di continuo il bacino. Si arriva da strade polverose e piene di buche, con bancherelle che sperano di vendere qualcosa ai facoltosi ospiti, i ragazzini corrono dietro i potenti suv in uno spettacolo in cui ricchezza e povertà danzano allegramente sotto lo stesso tendone. Poi si varca un ingresso e siamo dall’altra parte, è come attraversare una scenografia di legno oltre la quale si aprono piscine, palme, musica e camerieri. I Ghanesi ricchi staccano rispetto agli occidentali, sono tutti ben piazzati, uomini e donne, ed hanno un ghigno stampato in faccia, una sorta di marchio che li distingue dai loro fratelli che a milioni popolano le strade del paese. Questa opulenza stride, fa male alle orecchie, come un gessetto che scrive sulla lavagna, ma anche questa è Africa.

 

 

FORT PRINZENSTEIN

Due anni fa siamo stati a visitare la grande fortezza di Cape Coast, che per l’occasione ribattezzai l’Auschwitz africana, luogo di dolore e di deportazione. Quest’anno siamo andati a Keta, non molto distante da Abor, sulle rive dell’Oceano, dove sorge un altro di questi tristi luoghi, è Fort Prinzenstein, costruito dai danesi nel 1784.  Ciò che resta in piedi è solo una piccola parte di ciò che doveva essere e che all’interno si può vedere in un piccolo plastico, mare e incuria hanno pian piano rosicchiato mura e torri del complesso che sta letteralmente cadendo a pezzi. Sopravvive un unico cannone e poco altro, questi luoghi sono davvero patrimonio dell’umanità e dovrebbero essere conservati affinchè le nuove generazioni possano conoscere e soprattutto non dimenticare. Nonostante il brutto stato di conservazione, la struttura riesce ugualmente a trasmettere l’orrore che tra quelle mura si è consumato appena qualche centinaio di anni fa. Un cartello ricorda come dal 1650 al 1860, quindici milioni di persone furono strappate alle loro vite, ridotte in schiavitù, deportate, violate, marchiate come capi di bestiame, vendute e costrette a lavorare in mezzo mondo, tutto questo mentre nella nostra civilissima Europa si discuteva se i neri avessero o no un’anima. Duecento anni di genocidio, ai quali ne sono seguiti altri cento di colonialismo dovrebbero aiutarci a capire meglio le ragioni di un continente da dove si scappa e che ancora non riesce a garantie alle persone condizioni di vita dignitose.

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