TEATRI SENZA FRONTIERE, IL DIARIO DI VIAGGIO – parte 2

Abor, Ghana 16 settembre 2018

di Marco Renzi

L’Africa è grande, il Ghana è grande: alberi di mango, papaya, ananas, banane, baobab, strade rosse, migliaia di bambini ovunque, continente affollato come le sue motociclette, vociante, pieno di vita, strabordante. In questa immensità è facile smarrirsi, perdere il sentiero e non capire più da che parte e per quale ragione andare. E’ opportuno allora sedersi sotto l’ombra di un albero, come fanno i ghanesi per proteggersi dalla calura, stare in silenzio e rimettere i pensieri in ordine. TEATRI SENZA FRONTIERE è partito da un ragionamento semplice semplice: tutti i bambini, di qualunque nazionalità, religione, ceto sociale, colore della pelle e credo politico delle loro famiglie, hanno diritto all’istruzione, all’affetto, al gioco e a quella cosa meravigliosa che è l’Infanzia. In quella magica scatola, da qualche parte, c’è anche il piacere di condividere con i propri coetanei momenti di emozione e di spettacolo. Per i nostri ragazzi italiani organizziamo festival estivi e stagioni invernali e conosciamo la loro meraviglia di fronte all’evento del teatro, i loro occhi che si sgranano davanti a un essere vivente che racconta una storia capace di portarli altrove, di farli sognare, viaggiare e crescere. Questa stessa opportunità vogliamo darla anche a chi non ce l’ha. Questo il senso di quello che stiamo facendo, nulla di più e nulla di meno. In questi giorni di Settembre incontriamo migliaia di bambini e di ragazzi, intrecciamo i loro sguardi alle nostre azioni, abbiamo aperto una scuola di teatro dove mangiare tutti i giorni non è scontato, sarebbe stato bello farla durare anziché due settimane magari due mesi o anche due anni, facciamo quello che la vita ci consente, con la consapevolezza che è una goccia d’acqua nell’oceano. Abbiamo chiara questa dimensione, come pure il fatto che in quell’oceano, da oggi, tra le tante, c’è anche la goccia di un gruppo di professionisti italiani, provenienti da diverse formazioni del teatro per i ragazzi, e lì sta.

 

In questa prima settimana di permanenza abbiamo girato molto e raggiunto villaggi anche sperduti del Volta Region, luoghi dove non c’è nessuna strada per arrivarci se non quella delle proprie gambe e dove lentamente le già povere baracche in muratura scompaiono per lasciar posto a case di terra con il tetto di paglia, spesso nascoste dalla ricca vegetazione. Abbiamo attraversato villaggi dove il tempo sembra aver perso ogni significato: senza energia elettrica, acqua corrente, gas, telefono, internet, un mondo nuovo e antico allo stesso tempo, dove regna il silenzio e la colonna sonora è quella delle foglie mosse dal vento e il canto degli uccelli. Davanti alle case la gente vive, dentro si va per dormire quando scende il sole, stanno seduti accanto al fuoco acceso, pestano manioca facendone farina, preparano la polenta, autentica passione nazionale, che qui fanno con un mix di farina di manioca e mais, che poi si mangia con le mani, prendendone un po’, rotolandola tra le dita fino a farne una pallina che va intinta in un sugo comunitario di pesce, carne o verdura, sempre piccante. Ci piace pensare che questo popolo sia per certi versi incontaminato, una sorta di umanità delle origini ancora non rattristata e stressata, sappiamo che la realtà potrebbe non essere questa ma lasciateci sognare. L’accoglienza nei villaggi è calorosa, nonostante gli “iavu” (uomini bianchi) che passano di qua siano davvero una rarità, sorrisi ovunque e povertà assoluta. Davanti alle piccole case  le famiglie sono sedute a terra e i loro sguardi non tradiscono insofferenza, hanno tempo, tanto tempo, importante è trovare cibo, il resto sembra contare molto meno. I bambini escono da tutte le parti, li si incontra nei sentieri, tra la boscaglia, con i loro vestiti perfettamente in ordine, vanno a scuola con la divisa, insieme a donne con abiti coloratissimi e piccoli attaccati dietro le spalle, questa è la stagione delle piogge e il fondo è pieno di fango, noi facciamo fatica a procedere, siamo vistosamente instabili e sporchi, loro sono perfetti, nessun segno di fango addosso, sembrano usciti da una lavanderia e a casa non hanno neanche l’acqua corrente. Si arriva a Scuola, è un edificio in muratura con grandi lavagne attaccate ai muri, banchi in legno con sedie annesse, senza finestre e con fori alle pareti per l’aria, qui il freddo non esiste. Si radunano composti tutti nel grande spazio comunitario, una platea che ha pochissima se non nessuna confidenza della televisione, meno che mai degli hi-phone, sono pronti ad assistere a questa cosa strana che è arrivata dalla boscaglia. Lo spettacolo per noi è osservare le loro reazioni: si divertono, partecipano e si spaventano sul serio alla vista di una maschera. Abbiamo fatto quello per cui siamo venuti e portato quello che sappiamo fare: il teatro, se questo dono ha un senso dovranno dircelo gli altri, quelli che ci ospitano e condividono il progetto, da parte nostra possiamo dire che l’affetto che torna indietro è così forte che ci travolge tutti.

 

Ho immaginato un drone in volo sopra quella serpentina di persone che cammina nella boscaglia verso la scuola e che potete vedere nella fotografia allegata, una fila immersa nel verde, dentro un piccolo sentiero, con un mappamondo sopra la testa e avanti e dietro borse e valige di ogni dimensione che contengono organetti, costumi e tamburi. C’è qualcosa di poetico e di importante in questa immagine, qualcosa che ha poca dimestichezza con le parole, più con il cuore.

 

Sono nato nel 1955 ed ho fatto in tempo a vedere la fine della nostra civiltà contadina, con le case che non avevano l’acqua corrente ma solo il pozzo esterno, come pure il bagno, che era solo un buco a terra chiuso in uno stanzino poco distante dalla casa. Eravamo poveri e sereni, oggi abbiamo tanto di più ma siamo strani, musoni e insofferenti. Questi popoli hanno diritto ad avere un futuro per i loro giovani, l’occidente li ha spolpati e umiliati fin troppo, dalla vergognosa tratta nelle americhe del secolo scorso, al colonialismo, fino all’odierno sfruttamento delle materie prime di cui sono ricchissimi. Che il loro futuro sia avere l’acqua in casa, l’energia elettrica, la scuola, la conoscenza e che mantengano quel cuore e quegli occhi che hanno adesso.

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